Napoli – “Il volontario ha l’informalità del vicino di casa, è l’amico di buona volontà, è chi aiuta e non si tira indietro e per questo ottiene risultati forse migliori della classica figura di assistente sociale, vista sempre con una certa diffidenza”. Così Giuseppe De Stefano, presidente del Centro servizi per il volontariato di Napoli e provincia, a margine della giornata dedicata all’integrazione il 13 giugno scorso, in piazza Dante.
Presidente ci spieghi brevemente cos’è il Csv.
Il Centro Servizi per il Volontariato fa parte di una rete di 77 Centri dislocati su tutto il territorio nazionale. I CSV, a competenza regionale o provinciale, sono strutture di servizio istituite in base alla Legge 266/91 per erogare servizi, in modo gratuito, alle organizzazioni di volontariato, e sono governati dalle sigle più rappresentative di questo ambito. Il CSV Napoli e provincia, nato circa 5 anni fa, conta un'utenza di circa 500 organizzazioni. Sul territorio di Napoli e provincia, poi, secondo un recente censimento, il numero di organizzazioni cresce sino a quota 1500. Il CSV si pone al servizio della crescita del volontariato per la creazione di una rete tra le organizzazioni che operano nel sociale, per la facilitazione degli incontri con gli utenti e l’intermediazione con le istituzioni, oltre che la loro promozione. Ma ci occupiamo anche di formazione, di comunicazione progettazione e consulenza legale-fiscale perché non basta la buona volontà per salvaguardare la dignità umana, e diamo supporto logistico all'azione volontaria, valorizzando in ogni ambito di intervento una programmazione che parta dell'analisi dei bisogni del volontariato locale.
E su questa giornata in piazza Dante “Tutti diversi… tutti uguali”…
Crediamo che la questione dell’immigrazione da conflitto debba diventare momento di coesione e con i servizi offerti dalle associazioni che operano sul nostro territorio – accoglienza, alfabetizzazione, sportelli informativi - puntiamo alla massimizzazione dell’integrazione. Quest’anno abbiamo deciso di organizzare tanti piccoli momenti di incontro, a differenza degli altri anni concentrando. Con la giornata in piazza Dante abbiamo scelto di affrontare il tema dell’integrazione, perché ci sembra doveroso vista la linea politica dell’attuale Governo, ma sono davvero tante le fasce deboli che hanno bisogno di attenzione, gli anziani quanto i bambini, quanto i disabili. Ma anche i giovani sono da considerarsi una categoria a rischio e con le nostre strutture, cerchiamo di accudirli, offrendo loro occasioni di impegno civico. Di fatto diventiamo punto di riferimento per molti di loro in tante città e quartieri.
Ma in piazza Dante - luogo prescelto per l’incontro dei tre vertici del triangolo virtuoso: associazioni, utenza e istituzioni – hanno disertato proprio gli esponenti del Comune e della Regione.
Noi non ci scoraggiamo anche se è un problema serio. C’è stata comunque un’ottima affluenza di soggetti appartenenti alle Comunità provenienti dai diversi paesi, ma anche dei media e dei cittadini (circa 700 i partecipanti all’evento, ndr.). Il territorio non è sordo ai nostri messaggi, anzi, il volontariato è sentito e avvertito dalla gente. Il volontario ha l’informalità del vicino di casa, è l’amico di buona volontà, è chi aiuta e non si tira indietro e per questo ottiene risultati forse migliori della classica figura di assistente sociale, vista sempre con una certa diffidenza. Noi siamo le antenne sul territorio.
Disponete di dati e analisi sulla crisi che sta investendo l’Italia e maggiormente il Mezzogiorno? Secondo le ultime rilevazioni Istat Napoli è ai più alti livelli di disoccupazione e povertà.
Alle mense della Caritas non c’è più distinzione tra numero di italiani e di persone provenienti da paesi del Sud del mondo, ma nemmeno di età. Non voglio azzardare numeri ma le presenze sono più che raddoppiate, tanto da mettere in crisi le strutture del volontariato. Basti pensare che ad oggi il rapporto in base all’ultima indagine Istat è di 1 persona proveniente dai Paesi con economie meno forti ogni 10 Italiani. Nel frattanto, per andare a fondo abbiamo commissionato un’indagine che presenteremo nei prossimi mesi. Ad oggi, l’unica risposta seria sembra essere il ‘Fondo di garanzia’, promosso dalla Cei con il concorso operativo dell’Associazione bancaria italiana: un prestito di 500 euro mensili, per due anni, per le famiglie in difficoltà individuate dalla Caritas.
Iris Network, l’Istituto di ricerca sull’impresa sociale, ha fotografato una realtà poco reattiva alla legge 118, che dal 2005 offre la possibilità di diventare imprese anche alle associazioni che si occupano di sociale. Secondo lei perché?
Le imprese del terzo settore non sono una novità assoluta, già le cooperative nascono con soci volontari e altri lavoratori. È chiaro che la presenza di soggetti con queste qualificazioni apre la possibilità di accedere a gare d’appalto, opportunità che le semplici associazioni non hanno. Il CSV Napoli attraverso la progettazione di perequazione sociale, della quale a breve verranno pubblicate le graduatorie del bando di dicembre 2008, con il quale i CSV della Campania hanno finanziato progetti per circa 10.000.000 di euro, mette le associazioni in condizione di gestire una serie di servizi in affiancamento alle imprese sociali. Ma in questo momento storico le difficoltà di fare impresa sono le medesime delle altre. Le istituzioni sono in difficoltà per via dei tagli governativi – vedi quello che succede con le case famiglia, che non accettano più bambini perché da mesi non vengono pagate –, figuriamoci quanto è difficile che il volontariato in queste condizioni diventi impresa. Abbiamo bisogno soprattutto di volontariato se non vogliamo che crolli il sistema sociale.
15 giugno 2009
Raffaella Maffei