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Fattorie sociali, le nuove frontiere dello sviluppo22/12/2009 16:28
. Le “fattorie sociali” sono un luogo di inclusione sociale per persone disagiate. In realtà si tratta di imprese, utilizzate come strumento per affermare il principio della legalità, e capaci finanche di competere sul mercato (fatto, questo, tutt’altro che ovvio per le imprese che perseguono finalità sociali).
Durante il convegno dal titolo “Fattorie Sociali, promozione e sviluppo” organizzato alla Stazione Marittima di Napoli dalla Regione Campania (assessorati alle Politiche sociali e all’Agricoltura) si è fatto il punto sull’attuale situazione campana in merito alla disposizione e all’attività delle fattorie sociali presenti entro i confini regionali.
L’assessore regionale alle Politiche sociali, Alfonsina De Felice, ha spiegato: «La fattoria sociale è un’impresa non profit, economicamente sostenibile, che opera con senso di responsabilità e di reciprocità verso la comunità e anche verso l’ambiente». Le fattorie sociali attive in Campania sono una decina: producono ortaggi, conducono allevamenti, trasformano prodotti agricoli in terreni confiscati alla camorra e offrono lavoro e percorsi di recupero a ex tossicodipendenti, detenuti, sofferenti psichici, e minori a rischio di esclusione sociale.
 
Carlo Mele, vicepresidente della Caritas di Avellino, è anche presidente del consorzio di cooperative sociali Isca delle Donne, che attraverso la cooperativa Gea Irpina gestisce una fattoria sociale che porta lo stesso nome del consorzio. «La zona in cui sorge la fattoria Isca delle Donne – spiega Mele - è un’area doc per la produzione del Fiano di Avellino. Vi si produce infatti dell’ottimo Fiano, oltre ad un miele pregiato. Proprio per il miele, a giorni otterremo tutte le autorizzazioni necessarie alla vendita nel circuito commerciale tradizionale. Resta inteso che i nostri principali canali di distribuzione saranno sempre quelli del commercio equo e solidale. Inoltre abbiamo da poco ottenuto un finanziamento regionale di 2 milioni e 200 mila euro per la realizzazione del “parco etologico regionale”».
 
Come funziona una fattoria sociale, lo spiega Nunzia Lombardi, operatrice sociale che all’interno della struttura irpina ha rivestito più ruoli, fra cui quello di direttrice. «Partiamo dal concetto che l’agricoltura sia riabilitativa di per sé – spiega Lombardi ­– Il contatto con gli animali, con la terra, porta grandi benefici al di là di tutto. Questa credenza è insita nelle culture contadine rurali: la comunità rurale, di per sé accoglie, a differenza di una metropoli occidentale che anche solo per la sua conformazione urbana tende a escludere. Il primo esperimento di fattoria sociale, probabilmente è stato fatto in Olanda decine di anni fa. C’è da dire che le prime fattorie sociali, non sapevano di essere tali. Si trattava per lo più di aziende agricole che nel proprio organico avevano un nonno disabile, un bambino multiproblematico, persone svantaggiate in generale. La Regione Campania è stata la prima a voler legiferare in materia, decidendo che le fattorie sociali sono imprese sociali, e puntando tutto sul sociale piuttosto che sull’agricoltura. Questa, allo stesso tempo, è la forza e la debolezza delle fattorie sociali campane, poco specializzate nell’agricoltura. Il rischio principale per queste strutture, infatti, è di aver una buona vocazione sociale ma essere scarsamente competitive sul mercato. Non dimentichiamo che essere un’impresa non profit vuol dire reinvestire i guadagni sul territorio per fini sociali, non certamente non produrre utili».
 
Nella fattoria sociale, l’operatore agricolo mostra alle persone le tecniche di base per la conduzione della struttura, mentre il tutor – che solitamente è un operatore sociale – fa da tramite fra l’utenza e l’esperto di agricoltura. La fattoria Isca delle donne è operativa dal 2003, quando con un intervento economico delle Conferenza Episcopale Italiana fu redatto un progetto per l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. Dal 2003 al 2005 la struttura è stata gestita dalla cooperativa L’Approdo insieme con la Caritas diocesana di Avellino. Nel 2005 la Caritas, l’associazione Il Pioppo e L’Approdo hanno unito le proprie forze per gestire la fattoria, e così è andata fino al 2007, quando è nata la cooperativa Gea Irpina che è attualmente incarica della gestione. In Irpinia esiste un’altra fattoria sociale, Sant’Angelo dei Lombardi, gestita dalla cooperativa Il Germoglio all’interno della casa circondariale di Sant’Angelo.
 
L’invito ad aprire una fattoria sociale è sempre aperto, da parte delle istituzioni campane. Le cooperative e le associazioni che intendano aprire una fattoria sociale, possono far richiesta di iscrizione al “Registro delle Fattorie Sociali” della Regione Campania. A Palazzo Santa Lucia esiste infatti un elenco di queste strutture che l’ente, tuttavia, non ha ancora provveduto e pubblicare online.
 
Stefano Piedimonte
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