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Napoli - Il 27% delle donne italiane lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. Il dato, di fonte Istat, è stato divulgato durante la conferenza regionale del Lazio sul lavoro dal titolo “Avanti c’è posto. Di lavoro”. La direttrice generale dell'Istat Linda Laura Sabbadini, ha spiegato: ''Gli ultimi dati disponibili dicono che nel nostro Paese il 27% delle donne occupate che hanno avuto dei figli, in seguito hanno lasciato il lavoro. Il fatto di fare dei figli in Italia diventa un fattore di criticità per le donne sul posto di lavoro''. ''Oggi - le ha fatto eco Marina Piazza della società di ricerca Gender - i problemi occupazionali riguardano entrambi i sessi ma le donne, in più, devono misurarsi con un modello di lavoro ritagliato sul maschio adulto, con aziende che non accolgono bene la maternità e che non concedono il part time''. La pratica ''del foglio bianco di dimissioni, interdetta durante il governo Prodi - prosegue Piazza - oggi è ritornata in diverse realtà ma non è l'unico problema delle donne. Sono necessarie politiche trasversali di conciliazione familiare che ancora mancano''. Le dimissioni in bianco sono la dichiarazione volontaria di licenziamento, scritte su foglio bianco e senza data, il più delle volte fatte firmare obbligatoriamente dal lavoratore al momento stesso dell'assunzione.
La storia di Manola Valentini, trentacinquenne, operatrice sociale, è la prova provata di quanto sia ancora difficile per le donne conciliare il lavoro con la maternità: da lavoratrice precaria a disoccupata. “Ho un solo figlio, avuto da poco, ho dovuto lasciare il lavoro ancora prima che nascesse – racconta -. Una gravidanza non semplice e nessuna tutela contrattuale, sono stati i motivi per i quali mi sono allontanata. Ero una precaria e oggi, inserirmi di nuovo, sembra impossibile”. Ma le difficoltà esistono anche per le libere professioniste. Valentina Mormone, trentenne, piccola imprenditrice, aveva un centro estetico quando è nato Andrea. “All’inizio mi hanno aiutata i familiari – dice -, mio fratello e mia madre aprivano e prendevano appuntamenti. Ma non è durata molto, avevano la loro vita e ho chiuso. Se avessi potuto usufruire di un servizio di assistenza migliore – aggiunge -, oggi avrei ancora il mio lavoro”.
C’è anche chi, invece, è riuscita a fare carriera. Teresa Attademo, responsabile della comunicazione di una nota s.p.a. racconta di non aver incontrato grandi difficoltà col lavoro, durante le sue gravidanze. “La mia prima figlia è nata quando lavoravo come operatrice e con un contratto però regolare – racconta -, dopo i tre mesi di maternità, ho preso altri sette mesi di aspettativa non retribuita. Per via di alcuni problemi dovuti al parto. Poi, sono tornata e tranne le difficoltà dovute all’allontanamento, riprendere argomenti e relazioni trascurate non è semplice, è proseguito tutto per il meglio”. Anche Sonia Gallucci, farmacista dipendente, trentatreenne e con due figli, dice di non aver avuto complicazioni. “È andato tutto liscio – sottolinea -. Dopo aver partorito Luigi ho deciso di lasciare la farmacia solo perché il decreto Bersani mi permetteva di averne una mia”. Sono in molti a suggerire di estendere l'indennità di maternità a tutte le lavoratrici e i congedi familiari a uomini e donne, ma sono provvedimenti che deve prendere il Governo e l'Europa: le Regioni possono solo indicare la strada.
28 gennaio 2010
Raffaella Maffei
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