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Enzo Esposito (Opera Nomadi): "Una fisarmonica per non dimenticare"
.Il 26 maggio 2009 il fisarmonicista rumeno Petru Birladeanu rimase ucciso in un raid di camorra che aveva tutt’altro obiettivo: dimostrare la potenza di fuoco del clan Sarno che, dopo il ritorno del boss rivale, voleva ribadire la propria egemonia nei Quartieri Spagnoli. Petru, che per lavoro suonava la fisarmonica nei vagoni della Cumana, venne colpito da una pallottola vagante. Morì in pochi istanti, nella stazione di Montesanto, mentre la moglie lo fissava impotente e i passanti fuggivano in tutte le direzioni. Mirela, questo il nome della compagna di Petru, fuggì subito in Romania insieme con tutti i familiari e da lì non ha più fatto ritorno. La fisarmonica del musicista venne consegnata da un funzionario di polizia a Enzo Esposito, presidente napoletano dell’Opera Nomadi. Esposito ha promosso e sostenuto un’iniziativa, realizzata poi con il contributo della Regione Campania e dell’Eav (la holding regionale dei trasporti): la fisarmonica è stata esposta accompagnata da una targa nella stazione di Montestanto, dove Petru venne ucciso, all’interno di una teca. Questo, per fare sì che il ricordo del musicista rumeno non svanisca mai, e non svanisca neanche quello di chi, come lui, ha perso la vita in un modo così barbaro e insensato.
Esposito, la fisarmonica di Petru non suonerà mai più?
“Lo strumento mi venne consegnato proprio perché io lo dessi a qualche altro musicista rumeno, in modo da farlo suonare ancora. In realtà la fisarmonica era ridotta molto male: il proiettile che ha ucciso Petru è entrato dallo sfiatatoio, bucando poi il fondo e rendendola inutilizzabile. Oltretutto, dandola a qualcun altro, col tempo se ne sarebbero perse le tracce. Oggi invece si trova all’interno di una teca, per conservare il ricordo di quel che è accaduto”.
 
Ci dica qualcosa su Petru Birladeanu.
“Petru era un rumeno, non rom, stando a quanto mi hanno raccontato i suoi familiari, ma comunque molto vicino ai rom con i quali condivideva l’insediamento di via della Maddalena. A Napoli viveva con Mirela, la sua compagna, con uno dei suoi figli e con suo fratello. Prima di andare a stare nel campo che si trova di fronte all’aeroporto militare, Petru viveva a Ponticelli. Lasciò il quartiere dopo gli incendi e le intimidazioni che ben conosciamo. In seguito alla sua morte, tutti i suoi familiari sono andati via. Già il 2 giugno erano partiti per la Romania. A spingerli, forse, è stata anche la paura. Immotivata in questo caso, ma comprensibile”.
 
La morte di Petru è servita almeno ad accendere i riflettori sulle problematiche relative ai rumeni e ai balcanici?
“Non è cambiato niente. Purtroppo, quando le cose avvengono solo a livello mediatico, si rivelano fuochi di paglia. E' la volontà politica che può cambiare il corso delle cose. C’è bisogno di accoglienza, stabilizzazione. Le comunità rumene e quelle balcaniche hanno gli stessi problemi, nonostante le prime siano comunitarie e le seconde no. La città di Napoli spende molto in politiche sociali, ma occorre l'inserimento lavorativo. Solo quello sgancia le famiglie rom dal degrado in cui sono costrette a vivere”.
 
C’è stata indifferenza per la morte di Petru?
“Io ho abitato nella zona dei Quartieri Spagnoli per quasi dieci anni, ed ho assistito a diversi episodi analoghi. La prima cosa a cui pensi, è a metterti al sicuro. Prevale la paura, il timore che siano venuti per sparare proprio quella persona, che possano tornare indietro per completare l’opera... L’indifferenza c’è stata quando morirono annegate le due bambine a Torregaveta. In quel caso, sì, c’è stata. Ed è un’indifferenza che fa male”.
 
E’ sufficiente una fisarmonica in una teca per fare sì che il ricordo non svanisca?
“Ritengo che le piazze, i luoghi e le strade di Napoli andrebbero intestate a tutte le vittime camorra, al di là dell’etnia, se vogliamo lanciare un segnale forte e duraturo in questa città”.
 
Sono molti i rom a Napoli?
“Il numero dei rom nella città di Napoli è relativamente basso. Non c’è mai stata alcuna invasione, e l’incremento, se pure c’è stato, riguarda piuttosto le nascite visto che sono molto prolifici. Dal 2002, comunque, il numero è rimasto quasi lo stesso. L’incremento è stato veramente basso. L’allarmismo che c’è stato è da inquadrarsi piuttosto nella volontà politica di creare un problema e proporne la soluzione. Tutto ciò, ovviamente, serve a prendere voti, ma non ad aiutare i rom. C’è da dire, poi, che in tutta la Campania è solo Napoli la provincia che in qualche modo si muove per venire incontro a questa gente.
 
Eppure sono fra i meno amati dalla cittadinanza. Perché?
“Nella scala degli immigrati, i rom occupano l’ultimo gradino. Sono certamente fra i più detestati. Ma è la condizione stessa in cui vive il rom che ne causa il disprezzo da parte di molte persone. Viene identificato come un nomade, uno che tiene i bambini nel degrado. Lasciare le comunità abbandonate a se stesse non fa altro che alimentare questo circolo vizioso. Le politiche securitarie già esistono, e funzionano. Quelle che non funzionano, sono le politiche sociali”.
 
Stefano Piedimonte
 
23 febbraio 2010
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