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Non è un delitto “rubare” quando si ha fame

Il regista Di Vaio commenta i blitz della Municipale negli slums

gaetano-di-vaio“Operazioni ciniche che non tengono conto della povertà e della fame”, dice il regista e produttore. In questi giorni sta girando un film e un documentario sui “saponari”, gli storici raccoglitori napoletani di roba vecchia: “Un tempo svolgevano una funzione sociale, oggi li sbattono in galera”. E lancia la proposta di creare cooperative per regolarizzarli.

“Un intervento serio dovrebbe mirare a rimuovere le cause strutturali che inducono tanti a trasformare in merce ciò che per la maggior parte delle persone sono rifiuti da buttare. In questi casi la verità non è il reato scoperto, la verità è la fame”.  Gaetano Di Vaio il regista e produttore de “I figli del Bronx”, che negli ultimi anni ha fatto incetta di Premi cinematografici internazionali con film che raccontano la Napoli delle periferie, delle minoranze, dei migranti, di chi è costretto ad agire lungo un sottile confine tra legalità e illegalità, commenta duramente il maxi blitz della Polizia Municipale nelle baraccopoli cittadine: centocinquanta agenti impegnati a distruggere con l’ausilio dei compattatori dell’Asia la mercanzia raccolta nella “munnezza” e rivenduta nei mercati improvvisati della domenica a Poggioreale e piazza Garibaldi. “Sono operazioni”, accusa, “che servono a rassicurare una certa borghesia napoletana. Quella che non ha mai dovuto porsi il problema di dover mettere un piatto a tavola per i propri figli, che sembra non riuscire più a riconoscere il bisogno dell’altro”.

Però c’è un problema igienico – sanitario e, se vogliamo, di decoro urbano di cui tener conto. 

“Non è attraverso i blitz che si risolvono questo tipo di questioni. Mi spiegate come può una maxi operazione di grande impatto mediatico come quella di ieri (lunedì n.d.r) risolvere il problema della povertà di migliaia di persone? La strada è un’altra: l’emancipazione delle tante comunità ancora ghettizzate in questa città. E per riuscirci occorre tempo e programmazione. In ogni caso non si può sacrificare la sensibilità verso i nostri simili inseguendo il sogno di diventare, da un giorno all’altro, una grande metropoli mondiale”.

In questi giorni sui cosiddetti “saponari” sta girando un film e un documentario. Cosa pensa del fenomeno? E perché ne è così interessato?

“I saponari sono un’immagine emblematica di un cambiamento genetico che sta avvenendo a Napoli. Negli anni settanta erano una figura riconoscibile e apprezzata. Erano i promotori di un’economia sostenibile del baratto: raccoglievano il ferro casa per casa e in cambio cedevano piccoli manufatti artigianali. Oggi invece raccogliere il metallo è un reato per cui si finisce in galera. Storie di persone che, pur non avendo permessi, cercano di sbarcare il lunario onestamente. Ancora più paradossale il fatto che chi raccoglie è punito, le imprese cui viene consegnato il ferro no”.

Ha mai incontrato un saponaro felice del suo lavoro?

“Assolutamente no. Io stesso lo sono stato, a quindici anni accompagnavo mio zio che faceva il raccoglitore, e per un periodo ho lavorato in proprio. Certo, quando riesci a mettere il piatto a tavola vivi momenti di gioia, ma a chi piacerebbe scavare nei rifiuti per mestiere?”.

Pensi che il valore che questa attività aveva un tempo sia per sempre perduto?  

“Spero di no. Sono operatori della differenziata. Il loro lavoro mi è tornato utile anche da produttore: tra quanto raccolgono ci sono memorabilia, introvabili e indispensabili per ricostruire scenografie di epoche passate. Credo che si farebbe un servizio a loro e alla città se questo lavoro fosse regolarizzato, magari creando delle cooperative. Sarebbe un grande esempio di uno sviluppo cittadino che non lascia dietro nessuno”.

Luca Romano

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