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Aneddoti e segreti di “Un posto al sole”

Li svela Francesco Pinto, direttore del CdP Rai di Napoli

francesco-pintoFrancesco Pinto, ironico direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli, racconta aneddoti divertenti e segreti dell’esordio di “Un posto al sole”, un’avventura contrassegnata da “4 c: creatività, caos, competenza e cuore”.

Il Caos e la creatività. “Il primo giorno delle riprese ci fu un temporale pazzesco. E certo che iniziare a girare una fiction che si chiama “Un posto al sole” non ce lo si aspetta- racconta sorridente Francesco Pinto, direttore del Centro Produzione Rai di Napoli-. La pioggia contraddiceva in pieno i produttori australiani convinti che a Napoli ci fosse sempre il sole. Quindi non avevano previsto un “cover set” per riparare il set dalla pioggia e il set era completamente bagnato così fu mandato di fretta e furia il copione all’area scrittura per farlo modificare in accordo con la situazione metereologica. Ma quando, dopo un’ora arrivò il nuovo copione, gli attori e lo staff avevano pulito il set con stracci e scope e in quarto d’ora di sole avevamo anche girato la scena così come era stata pensata inizialmente”.

L’esordio all’insegna del caos è tutto un programma: la storia di Upas è contrassegnata dagli imprevisti superati brillantemente dalla creatività partenopea. Dopo aver mandato in scena la puntata in cui il conte Palladini muore ci si accorse che in realtà respirava. La famiglia fu dotata di una Ferrari che scomparve di scena improvvisamente poiché era stata rigata da un attore che aveva sbagliato marcia e sarebbe costato troppo aggiustarla. Dopo la morte del conte, secondo il copione era previsto che un misterioso e aggressivo cane nero si aggirasse per il palazzo, ma fu scelto un grande cane bianco che fu dipinto di nero, che però si rivelò troppo mansueto e fu tagliato dalle scene.  “Se non ci fosse lo spirito napoletano che risponde al caos trovando soluzioni creative e flessibili la serie probabilmente non sarebbe partita”- rivela Pinto.

La competenza. Sebbene la Rai fosse abituata al modello industriale di produzione delle fiction in due tre puntate, non era abituata a quello seriale, pertanto Un posto al Sole è stata una sperimentazione su tutti i fronti, a partire dallo spazio utilizzato e dai tempi di lavoro.

“Ci incontrammo a Colonia dove veniva girata la versione tedesca di Neighbours (il format australiano originale) - ricorda il direttore del Cdp della Rai di Napoli-,  per mettere a punto la produzione italiana con tedeschi e australiani. A raccontarlo sembra una barzelletta: napoletani, australiani e tedeschi. Poiché il nostro bravissimo ingegnere non conosceva l’inglese rispondemmo a tutto “yes” subendo poi le conseguenze della nostra incoscienza. Ad esempio a Napoli avevamo uno studio di 750 mq, mentre ne serviva uno grande il doppio, così ci ricordammo di avere un’altra sala prove al piano di sotto e dicemmo agli australiani che pensavamo di sfruttare uno studio per le scenografie e l’atro per girare e loro ci guardarono ammirati.

Il piano di lavoro che ci proposero prevedeva dieci ore di lavoro continuativo: un ritmo insostenibile rispetto a una produzione di 250 puntate l’anno a un ritmo di 1 puntata al giorno.  Secondo noi bisognava prevedere numerose pause, pertanto introducemmo la dicitura “p.c.c.” nel copione: gli australiani, che dovevano vidimare il piano, leggevano “prove con camera” per noi significava “pausa caffè corretto”.

I primi mesi sono stati per tutti gli artefici e gli attori bellissimi, lavoravamo tantissimo, ma facevamo anche delle grandi feste e ci divertivamo tantissimo.

Il cuore. “Un posto al sole è un prodotto locale che deve essere allo stesso tempo globale, dunque leggibile per tutti- chiarisce Pinto-. Spiegare la complessità sociale napoletana connotata dall’affettività e dai sentimenti è difficile. Ad esempio il portiere napoletano non è come quello americano che dice “buongiorno” e “buonasera” e non parla con nessuno. Quello napoletano personificato da Raffaele è completamente diverso, ma farlo capire agli australiani era impossibile, tanto che gli feci vedere “La banda degli onesti” di Totò. Alla fine trovammo la soluzione di far avere a Raffaele una relazione con una condomina così che fosse naturale che comunicasse con tutti”.

Pinto conclude con un appello ai giovani: “E’ vero che dietro questa macchina complessa c’è un modello fordista ma se ci fosse solo questo il segreto di “Un posto al sole” non ci sarebbe. Oltre alla competenza c’è tanto cuore. Ragazzi, conservate i sogni che fanno con caos e creatività, dopo vengono le macchine produttive”

Alessandra del Giudice

Un Posto al Sole

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