Insegnare al principe di Danimarca: una maestra tra i più “disgraziati”
La foto di copertina ritrae in primo piano un bambino, gambe larghe, braccia incrociate, un sorriso furbo. Alle sue spalle un banchetto di legno, di quelli che si usano nei mercati, sopra due scope e quelle che sembrano tre pizze da pellicola, dietro spuntano altre tre faccette con lo stesso ghigno soddisfatto di chi la sa lunga. L'ha scattata nel1963 aMontelepre, in Sicilia, Enzo Sellerio, la sua casa editrice l'ha scelta per il libro di Carla Melazzini, "Insegnare al Principe di Danimarca".
Bambini a rischio di un' epoca in bianco e nero. A Napoli li chiamavano scugnizzi, ragazzini cresciuti troppo in fretta nei quartieri abitati da lazzaroni, guappi, ladri, una figura quasi oleografica della città del dopoguerra. Potevano giocare un brutto scherzo o far sorridere, gli scugnizzi, suscitavano insieme timore e tenerezza. Ma erano altri tempi appunto, e un'altra città. I ragazzi che oggi crescono in strada, con genitori che entrano e escono dalla galera, in contesti ambientali dominati dalla paura e dalla camorra, non hanno più così evidenti le stimmate della povertà. Al posto del carretto, il motorino, abiti griffati e non più pantaloni consumati, ma i coetanei di una Napoli che si crede migliore e più istruita li riconoscono subito. Oggi li chiamano “maomao”, “tarzanielli”, “cuozzi”, “vrenzole”, un bestiario che segna una differenza ancora maggiore tra due mondi che abitano lo stesso spazio ma si tengono distanti.
Oltre quella linea di confine, ha lavorato per più di un decennio Carla Melazzini, valtellinese trapiantata a Napoli. E'stata l'animatrice del progetto Chance, con altri maestri di strada ha cercato di offrire un'opportunità a decine di ragazzi che la scuola dell'obbligo aveva respinto e marchiato come irrecuperabili. "Insegnare al principe di Danimarca", racconta il rifiuto di questa ingiustizia e gli sforzi fatti insieme ai colleghi per porvi un rimedio. Un atto di amore per i più disgraziati, mai retorico, e mai indulgente, anzi spietato, sugli errori commessi lungo il percorso. Il libro procede tra frammenti di esperienze di vita di classe e riflessioni pedagogiche, senza il piglio di chi abbia sempre la soluzione in tasca, piuttosto con il dubbio impellente di chi le cerca, che restituisce l'immagine di un maestro non chiuso a riccio sulle sue certezze, che si mette continuamente in discussione, cerca di trovare nuovi approcci, in altre parole continua ad imparare insieme ai suoi alunni.
E' un viaggio in quartieri di Napoli, dove i sentimenti, le paure, le frustrazioni sono amplificate da dinamiche sociali estreme che impongono ai ragazzini un apprendistato precoce alla vita. Il loro linguaggio è involuto, parlano solo il dialetto e in modo sguaiato, spesso volgare, raccontano fatti da cui ogni adolescente del mondo dovrebbe essere messo al riparo, ma l'attenzione dei maestri per quello che dicono spoglia la parola di ogni orpello e la riporta al suo valore originario di portatrice di significati. Una disponibilità al dialogo che rende possibile nei ragazzi, che prima forse non avevano mai letto un libro, persino l'interesse per la grande letteratura. Come sintetizza magistralmente questo passo: "Anni fa lessi in una classe le prime righe della Metamorfosi, poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della famiglia avrebbe accettato di prendersi cura dello scarafaggio. I maschi all'unanimità risposero la mamma. Perché? Ovvio: Ogni scarrafone è bella a mamma soia. Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni, il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timidamente: Professorè, lo tenete qui il libro dello scarrafone?".
"Insegnare al principe di Danimarca" è di riflesso un atto di accusa durissimo contro la Scuolatradizionale. Nella ricerca della performance, votandosi al mercato e al lavoro, miete vittime tra chi a quel mondo non appartiene, non vuole appartenere o ne è già escluso in partenza. Una scuola che persegue i suoi obbiettivi lungo una strada di buone intenzioni che lascia tanti all'inferno, senza pensare mai di arrestarsi almeno per un momento, e porsi una domanda semplice come quella che ha dato inizio alla bella avventura raccontata in questo libro: "Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più stremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti d un adolescente di periferia ch vive il tradimento della propria madre con l'intensità e la consequenzialità di Amleto?"
Luca Romano
Insegnare al principe di Danimarca
Carla Melazzini, a cura di Cesare Moreno
Sellerio editore, 2011
pagg. 258 - euro 14,00






