La fine: la storia eterna degli uomini che emigrano
Hanno descritto "La fine" di Salvatore Scibona come un'epica della gente comune, ma questo romanzo pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd è molto di più, perché riesce sì a fare della vita di un popolo di emigranti una narrazione che valica tre generazioni di italo americani, ma la rende a noi vicina intrecciando i tempi, gli spazi, le situazioni. La storia che ne viene fuori è così onnicomprensiva e gira come una chiave nelle nostre memorie, apre la porta del futuro possibile. Siamo a Cleveland, Ohio, ma potremmo essere ovunque, potremmo essere nella Dublino di Joyce: la città siciliana da cui partono i protagonisti resterebbe sempre lì fissa, un punto blu equidistante dalle loro vite nuove nel nuovo mondo. Uomini e donne, bambini e adulti, si muovono lenti, incespicano, affrontano, ma procedono tesi verso il divenire, e più che cambiamento è volontà di andare avanti, tra la gente, le grida, la folla della festa dell'Assunta a Elephant Park, piccola Italia presa e portata negli Stati Uniti. Quando Rocco che di mestiere fa il fornaio riceve la lettera che gli dà notizia della morte di suo figlio in Corea, decide di partire alla ricerca della moglie che l'ha lasciato anni prima. Si parte, dunque, assieme agli altri figli, e più che una ricerca dell'altro che ci ha lasciati, quella che comincia è la continua caccia a sé stessi, ai propri vizi e ai propri sogni. Guardare al proprio passato è guardarsi in faccia e "la capacità di raccontare la verità a sé stessi deve aver costituito quel vantaggio che ha consentito alla capacità di adattamento che noi chiamiamo coscienza di evolversi".
Raffaella R. Ferrè






