Il demone a Beslan: il punto di vista del carnefice
«Sono l’uomo che cammina con la forca e la tiene attaccata alla cintura. Sono quello che è sopravvissuto e sopravviverà. Sono l’uomo che, con i suoi compagni, è entrato nella scuola n. 1 una mattina di sole di settembre – il sole umido che illumina le strade dopo la pioggia – per mostrare al mondo la persistenza del male». Comincia così il romanzo di Andrea Tarabbia. Il demone a Beslan è una storia di caldo e vento e fango e sangue, quello di una cittadina dell’Ossezia del Nord, e anche quello versato prima. Un incubo lucidissimo che tiene il ritmo e porta una sola, angosciante domanda: e se il male fosse già in noi e stesse lì ad aspettare una scintilla? Tarabbia non è mai stato a Beslan ma come tutti noi avrà visto telegiornali e fotografie, ricorderà il dolore di un bambino sporco e seminudo che piange e urla il suo “perché?”. E di questo è riuscito a fare una storia documentata attraverso articoli e cronache, raccontata dal punto di vista del carnefice, Marat Bazarev, che a sua volta ci dirà d’esser stato vittima, e non per giustificare quanto per spiegare praticamente come si può entrare armati in una scuola nel giorno deputato alla conoscenza, e in 32 ribelli, fondamentalisti islamici e separatisti ceceni, uccidere 334 persone, ferirne altre730. Incopertina, bianco su nero, la frase di Anna Politkovkaja: “Nessuno può essere restituito. Nessuno può essere dimenticato. Nessuno può essere accusato. Come continuare a vivere?”.
Raffaella R. Ferrè






